lunedì 4 maggio 2009

ondadimare - capitolo 02

capitolo 2

L’inferno non mi volle. Il giorno dopo, mi risvegliai da un sonno confuso e profondo, e non fu subito che capii d’essere ancora vivo.
Padre Pio mi guardava da dentro un quadretto sgangherato appeso alla parete bianca davanti a me e il suono di un bip, scandiva un silenzio irreale. Cercai con lo sguardo, seguendo quel suono breve fino al monitor, dove un punto di luce danzava, galleggiando su uno schermo nero.
Quel bip era l’eco di ogni mio battito di cuore e certificava la mia assenza nell’aldilà.
Mi pervadeva una spossatezza mai provata ma, allo stesso tempo, un’immensa calma mi proteggeva da ogni ansia. Mi balzò un ricordo primordiale e, solo per un momento, mi rividi embrione…
Le braccia mi dolevano, quando provai di muovermi, e mi accorsi di aghi infilati alle mi vene e sul dorso delle mani: rilasciai lentamente i muscoli e un respiro, e mi fermai così, a fissare il soffitto ed aspettare.

Fu allora, che ebbi coscienza improvvisa di troppe cose che dovevo ancora fare e che c’era ancora tempo per lasciare questa terra.

Marisa, che salvò la mia vita, sebbene per lei fossi uno sconosciuto, mi fu parecchio accanto, durante tutta una settimana di degenza all’ospedale ed io, per la prima volta dopo tanto tempo, fui contento di non esser solo. Fu sempre lei a occuparsi di avvertire i miei figli di quanto mi era accaduto e, da allora, è sempre lei che ancora oggi si prende cura di me e di tutto il resto.
Quella sera, Marisa era venuta a casa mia a chieder lavoro come governante, che forse io ne avrei ottenuto giovamento: che Dio la benedica..!
Fui dimesso dall’ospedale, carico di raccomandazioni, proibizioni, una lista di medicine, una terapia da seguire, e una nuova opportunità…

Marisa, a quel tempo, aveva forse trent’anni e, ogni sera, dopo aver finito con me, ricominciava a casa sua con un marito e i suoi due ragazzini. Son passati quasi otto anni da allora ed è sempre così che vanno le cose.
Per tutto quel mese che subito dopo seguì, mi dedicai alla lettura e allo scrivere, costretto dalla convalescenza a un riposo forzato, ma c’era d’incredibile una forza nuova, e voglia di ricominciare, che sentivo in me, mai come adesso, così prepotenti.
Occorse molta energia e pazienza, a Marisa, per rendere una casa vivibile, quello che avevo lasciato andare allo sfacelo ma, dopo qualche settimana, tutto assunse un aspetto ben diverso, che mi parve quasi di non riconoscerla.
Marisa scandiva i ritmi della mia vita, dosava le medicine che dovevo prendere e cucinava per me ed io, ogni giorno che passava, miglioravo nel corpo e nello spirito.

Scrivo, non so se è un lavoro vero, però mi pagano per le storie che penso e a me piace farlo. Avevo smesso per quei due lunghi anni ma, poco alla volta, ripresi carta e penna.
Completai due o tre racconti iniziati e mai finiti prima, sistemai le mie carte e la mia libreria, comprai un computer nuovo, uno di quelli piccoli e portatili, riallacciai contatti persi con editori, e piantai fiori in giardino.

A volte mi concedevo al vagabondare dei miei pensieri, che mi allontanavano per ore, oppure mi capitava di starmene a studiare Marisa, di nascosto, perché mi affascinava il moto perenne del suo muoversi per casa senza mai stancarsi, come una formica. Lei, così piccola e in verità un po’ sgraziata, era invece forte di una pazienza biblica e mai la sentii lamentare d’infelicità o del destino, sebbene ne avesse avuto ben ragione di farlo ed io, mi chiedevo quale forza la muoveva...
Un giorno, spinto dal desiderio della sua risposta, fui io a trascinarla tra le preoccupazioni del mio futuro incerto e lei mi fulminò sentenziando: “…Se guardi quello che sei adesso, saprai cosa sarai domani!”
Non ci avevo mai pensato, però, quella, mi parve la cosa più saggia che avessi mai sentito…
Scoprii in Marisa una donna intelligente e giudiziosa e, ogni giorno che passava, mi meravigliavo di quanto io traevo beneficio della sua presenza…: mi guarì più lei, d’ogni medicina.

Ieri mi ha telefonato Marta. Dice che sta bene, “…tu come te la passi…”, “…hai sentito i ragazzi..?”, “…riguardati…”. Siamo lontani anni luce e non sappiamo dirci che le stesse cose da anni ma ieri, che era domenica, sono anche venuti a trovarmi Paolo e Luisa: i miei figli.
Solo a Natale mi raggiungono insieme fin qui e, siccome non mi avevano avvisato, per un momento avevo temuto fossero portatori di una brutta notizia e invece no, solo il desiderio di una gita e di venirmi a trovare, li aveva convinti a riunirsi: Luisa e la sua bimba, Paolo e Morena coi due ragazzini con l’argento vivo addosso.
Marisa, per l’occasione, ha apparecchiato una bella tavolata proprio qui sulla terrazza e ha cucinato le lasagne e uno squisito arrosto.
Qualunque cosa, ieri mi è parsa migliore: il sole tiepido, il pane più buono e il vino più rosso. Non mi sentivo così bene da un secolo.
Come una chioccia, ho tenuto i tre pulcini, che ridevano come pazzi, a cavalluccio sulle ginocchia e, io che imitavo versi di animali da indovinare, ridevo con loro e riscattavo un po’ del tempo in cui mai tanta pazienza ebbi, quando fui anch’io un padre giovane.
Dopo il caffè ci sistemammo comodi, a conversare all’ombra del pergolato dove, chissà da quanto, si arrampicava un fitto intreccio di rami e di viticci d’uva fragola, e ci raccontammo storie nostre, parlammo del tempo, delle cose che dovrebbero cambiare, del futuro, del passato, e di cazzate… fino a che non ci vinse la digestione e il vino bevuto. Così, piano piano e un pò distratti, ciascuno seguì in silenzio la scia dei propri pensieri.
Forse quello sarebbe stato l’ultimo sole tiepido di settembre ed era bello restarsene qui a goderselo, fuori dal mondo, alle due del pomeriggio.

Marisa si era messa di lena a lavar piatti e aveva organizzato i bimbi davanti alla tv in cucina, rapiti da una fiaba di Disney. Potevo vederli da qui fuori, così tranquilli e presi.
Luisa si era addormentata sulla sdraio, il capo reclino sulla spalla, le gambe allungate tra i vasi dei gerani e mezza sigaretta spenta tra l’indice e il medio, di una mano abbandonata che cadeva dal bracciolo. Le linee del suo volto erano morbide e prive di cattivi pensieri e fu come rivederla bambina per un attimo, quando, sul divano, davanti alla televisione accesa, il sonno la prendeva a tradimento...
Morena aveva lo sguardo perso dietro all’orizzonte. In piedi alla ringhiera, le mani dietro la schiena e i pollici affondati dentro la cintura, lei però chissà dov’era.
Paolo sfogliava distratto una rivista e ogni tanto guardava il suo orologio al polso. Sembrava sconfitto da un disagio, senza che lui capisse bene cosa.
“Hai dei pensieri ?”, gli avevo chiesto dopo un po’.
“No, papà. Va tutto bene.”
“E’ che ti vedevo così... mi sembravi preoccupato, ecco.”
“No, no, sta tranquillo... va tutto bene…”

Va sempre tutto bene...
Non ci diciamo mai le cose, e avrei voluto che non fosse così.
Lui pensa che io non lo comprenda, forse ha paura di manifestarsi o forse si vergogna di una debolezza... io invece… non parlo, e faccio finta di non capire... E’ la ricetta giusta per rimanere lontani...
Paolo è così. Anche da piccolo, me lo ricordo introverso, rifugiato dentro un suo mondo fantastico, dove giochi solitari erano giocati con amici invisibili. Adesso, scherza poco e parla meno.
Insegna letteratura all’università e s’è sposato la bella Morena, biologa, amica degli anni di studio.
Ogni volta, di Morena… mi pare di cogliere dentro i suoi occhi, un mucchio di segreti nascosti. Questa donna mi affascina perché è bella quanto ermetica e misteriosa, ma è troppo diversa da Paolo. Chissà se lo tradisce… probabile, ma non certo. Il loro matrimonio comunque regge e insieme han fatto due figli, Luca e Marco. Secondo me, doveri e obblighi morali li tengono uniti più dell’amore.
Qualche anno prima li avevo aiutati a comprarsi una casa giù a Milano dove vivono e lavorano. Paolo mi telefona ogni quindici giorni, puntuale come una cambiale, ma viene a trovarmi ogni due o tre mesi.
Capita spesso che i nostri sguardi s’incrocino, per sorprenderci imbarazzati e disarmati e allora, intuisco una domanda, bloccata nella sua gola da troppi anni, che non vuole fare uscire, e io che aspetto, aspetto col timore che la sputi…

…Cosa ti posso dire figlio mio? …Che mentre mi cercavo dentro la mia vita, nulla, neanche tempo, mi era rimasto se non denaro per tutti? …Io lo so che tu mi rimproveri l’assenza ma adesso... adesso, non posso più tornare indietro…

La sua vita è scandita da precise regole, dove mai una pazzia ne sconvolge la misura. Tutto il mio contrario ma Paolo è fatto così, e se sta bene a lui… sta bene..!
Morena possiede un magnifico sedere, dono di Dio del quale mi auguro che Paolo ne sappia ben godere. Lei è un equilibrio. Mai un tono di voce irritato, mai una frase sconveniente, mai nulla di troppo... lei è perfetta ma io… credo che dentro ogni donna perfetta ci sia una grande troia... chissà quanto fuoco arde in lei e chissà se Paolo è abbastanza per lei …
Luca ha quattro anni e Marco cinque. Marco non somiglia a nessuno dei due…
Luisa: Luisa è una croce.
Bellezza disarmante e carattere di merda, sono i doni ereditati da sua madre. Natura indomita e disordine, sono tra i miei e i suoi cromosomi.
Da bambina non c’era mai verso di domare la sua linguaccia e la natura ribelle l’ha di solito portata alla rovina, perché non sa mai quando fermarsi, perché segue gli impulsi e non sa nulla di “buon senso”, perché mai intravede un confine da non dover superare… insomma, è un vero disastro..!
Io, però, lo so che lei è invece fragile. Nascosta dalla corazza che le protegge la vita, non vuol capire che questa vita è fatta così, che troppe volte esige accomodamenti e compromessi.
Spesso, le rammento che non si può lottare contro tutto e tutti, ma Luisa è fatta come me e a volte vince grandi guerre, ma perde pure troppe battaglie.
Aveva convissuto per tre anni con un musicista e ci aveva fatto pure questa figlia, poi qualcosa andò storto e puff... si lasciarono per sempre. Qualche anno dopo, aveva sposato un bancario testa di cazzo. Con lui riuscì a tener duro per due anni, e pure tanto… poi, anche questa storia d’amore finì nel cesso. Adesso, Luisa vive da sola, pure lei a Milano, in una grande casa, con la sua bimba Alice di cinque anni e una ragazza filippina che le governa l’appartamento e cura la bambina.
Scrive, come me, giornalista. Si occupa di moda e cronaca rosa. Luisa è una free-lance e pubblica articoli per varie testate, ha talento e riesce a guadagnare parecchio.
Fuma e beve caffè, dice “cazzo” troppe volte per rendere più incisivi i suoi discorsi, qualche volta beve un bicchierino di troppo, perde la pazienza con facilità, tutti gli uomini sono dei coglioni o “vogliono solo quello…”, insomma… Luisa è un sacramento e se pisciasse in piedi non me ne meraviglierei troppo, ma lei è così e io non so se l’amo perché è così.
Con lei ho un legame forte e mi telefona quasi ogni settimana. Quando Marta mi lasciò, lei ne soffrì molto ma riuscì a superare ogni sofferenza. Paolo no, ci odiò entrambi e forse ancora, vive in lui un rancore, invece d’essersene fatto una ragione…

Se ne sono andati via prima di cena e mi era parso come se una paura mi avesse ingoiato, quel loro andarsene. Ricacciando quell’angoscia, a forza dentro un respiro, una lacrima invece mi ha tradito e, anche se avevo finto di mascherarla incolpando un moscerino, nessuno ci ha creduto...
Li rivedrò tra qualche mese, se non mi fotte un accidente... Dieci minuti dopo,  mi ha lasciato anche Marisa e così, son rimasto solo. All’improvviso, il silenzio divenne assordante…
Ecco, la mia vita trascorre così, a volte lenta e noiosa, altre meno grave e sopportabile ma oggi… oggi, il mio cuore ha battuto più forte…

(continua...)

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