capitolo 3
Da questa terrazza, se voglio, riesco a vedere il mare… è l’erba di questa campagna che ho davanti, che ondeggia docile e fluida, alle carezze del vento, come fosse mare…
Oggi, ho guardato a lungo questo movimento, inseguito da un ricordo che avevo nascosto in me per dimenticarlo…
Ho ritrovato, tra vecchie carte che riordinavo, qualcosa che volevo credere perduta e mai più ritrovare e invece è qui, tra le mie mani, questa cosa che mi toglie il respiro se la guardo.
Sbiadita dal tempo, la cartella di cartoncino rosso, l’avevo sigillata col nastro adesivo per non riaprirla più però… prima, ci avevo abbandonato il cuore, là dentro.
Adesso, rileggo su di essa la parola che non avrei voluto pronunciare ancora… indelebile e nera, scritta come un graffio alla memoria, mi ha sfidato a farsi dire ed io, l’ho ripetuta per mille volte dentro al mio cervello, per riscoprire lo stesso suono dolce di una volta… che m’inventai quel nome di “ondadimare”…
E’ stato, scivolare vertiginosamente incontro alla malinconia di un tempo lontano, e a questo, non ero per nulla preparato.
Era dimenticata dietro due file di libri, giusto nel ripiano più inaccessibile, tra quelli poco importanti, che mai avrei scelto di leggere o rileggere e allora, mi domando se era destino o qualcosa di ultraterreno, che mi abbia spinto a cercare proprio là dietro a quei volumi perché, adesso che ci penso… io non mi ricordo, d’avere voluto cercare qualcosa, ma ho sentito invece l’impulso, forse da un pensiero subliminale, di arrampicarmi su una sedia, fino a quello scaffale, e infilare la mano tra i volumi per afferrare a colpo sicuro questa cartella nascosta, come se sapessi già dov’era… ma io non lo sapevo per niente…
Sì, mi ha stordito… è il senso di questo ritrovamento che io non so orientare perché… il pensiero che il caso nasconda sempre un suo scopo, sebbene io voglia ricacciarlo, riaffiora ogni volta più marcato, e sento… che una volontà diversa, mi abbia condotto a confronto di ciò che racchiude questa cartella.
Me ne sono stato per tutto il pomeriggio qui sulla terrazza, seduto sulla poltrona di vimini a guardare il mio mare, tra sigarette e vino rosso, a caccia di ciò che è nella memoria… così, fino a sera, fino a che non hanno sentito freddo le mie ossa…
Nubi scure che odorano di pioggia, venute da lontano, si sono addensate lente lente, trascinate dal vento e promettono tempesta. Sono rientrato in casa, ho richiuso con cura le imposte, ho acceso la radio su una stazione jazz, ho guardato l’orologio appeso al muro, e son tornato nel presente…
Marisa ha lasciato la mia cena sul tavolo in cucina e, prima di andare via, aveva sprecato raccomandazioni perché la consumassi prima che si freddi…
Non l’ho fatto. Non ho molta fame, forse più tardi.
Seduto al mio scrittoio, incido con un coltellino la striscia adesiva che chiude la cartella.
L’avevo lasciata lì, senza coraggio di riscoprire ciò che vi avevo nascosto vent’anni prima ma adesso, non posso più sfuggirle e l’apro…
…E’ stato emozionante rivederti, “ondadimare”... tu, bella che sorridi, prigioniera di una piccola fotografia e dietro di te, cento fogli e tutte le mie parole…
Il tuo sguardo mi fissa, e un accenno di sorriso ha fermato il tempo in cui ci amammo e tu, eri sempre così raggiante e lontana da ogni tristezza… ora però, mi trafigge come una lama il tuo ricordo, quando persi il tuo cuore e non lo volli più cercare e poi… dimenticare.
Chissà dove sei adesso, “ondadimare”… annego in mille rimpianti, ora che ti ho ritrovata tra i ricordi e sapessi… c’è una goccia di pianto, tra la tua immagine e il mio sguardo… La solitudine ha indurito la mia anima e l’abitudine ai tradimenti della vita mi fa vivere più forte questa vecchiaia però, mi scopro fragile all’inquietudine che mi pervade adesso perché, ritrovando in me il nascondiglio dove tenevo velato il tuo ricordo, io lo rivivo così presente da rimanerne incredulo ma, richiamarti alla memoria è un dolore dolce e non fa male…
Quante cose non ti ho detto e quante te ne saprei dire adesso, “ondadimare”, che solo Dio lo sa dove tu sei ma, se una linea della tua mano sono io e tu mi riconosci, stringimi forte dentro al tuo pugno e regalami ogni tanto un tuo pensiero…
Sfoglio tra queste carte, appunti e versi che ti dedicai e rileggo le parole antiche di quell’amore…
Se mi fai entrare nel tuo cuore,
sarò con te quando ti senti sola
e, sei sarai triste, io ti farò ridere.
Se mi fai entrare nel tuo cuore,
mi troverai ogni volta che ti perderai,
e non sarò mai stanco di restarti accanto...
Saprò ascoltare i tuoi pensieri,
e leggere ogni tuo sguardo,
se mi fai entrare nel tuo cuore…
Saprò curarti l’ansia e la malinconia,
e mai, io ingannerò i tuoi sogni,
se mi fai entrare nel tuo cuore…
E… se mi fai entrare nel tuo cuore…
Ti addormenterò ogni sera in un abbraccio
e ti risveglierò al mattino, con un bacio…
…Era di luglio e Milano era soffocante da far desiderare di fuggire al mare.
In macchina era un calvario. Avevo già fatto due giri d’isolato prima di trovare un buco di parcheggio ma ero riuscito ad arrivare in tempo al ristorante.
La società per cui lavoravo, aveva organizzato un pranzo. Succedeva due volte l’anno: a Natale, e prima delle ferie estive.
Eravamo piuttosto numerosi, forse trenta o quaranta, dislocati in due sedi: Nord e Sud. Le chiamavamo così per la loro posizione topografica in città. Ci occupavamo di progettazione e gestioni immobiliari. Io ero della sede Sud ed ero responsabile alle vendite.
In verità, erano tediosi incontri dove, solo poche volte, avveniva qualcosa di singolare da potersene ricordare e quella volta sembrava uguale e noiosa come tante altre.
Soliti discorsi, identiche facce, vecchie battute… sì, l’unica nota positiva sarebbe stata il pranzo: quello era un ottimo ristorante..!
Avevo cominciato a masticare salatini sorseggiando un aperitivo e intanto distribuivo sorrisi e saluti, quando, dal fondo della sala, mi fece cenno il “grande capo”: …ingoiai una patatina e mi avvicinai per salutarlo.
- …Caro Fabio, aspettavamo giusto lei… credo che adesso non manchi più nessuno… -
- …Mi spiace, ho fatto più in fretta che potevo e… -
- Si… si.. lasci perdere… piuttosto, voglio presentarle un nuova persona nuova… -
Accanto a lui c’era una giovane donna …molto carina, molto bionda…
- Fabio, le presento la signora Giulia Carisi… Giulia, le presento il signor Fabio Trevi… Giulia è con noi da oggi e non poteva essere migliore occasione di adesso per presentarla al resto del gruppo. Farà parte del nostro ufficio legale…
Giulia, il nostro Fabio è responsabile del settore vendite… Credo che avrete parecchie occasioni per scambiarvi consigli… -
- Benvenuta tra noi, Giulia… - Strinsi la tua mano e mi sembrò di conoscerti da sempre...
Ti cercai con lo sguardo per tutto il tempo e studiai ogni tua movenza, perché era irrefrenabile l’attrazione al fascino che ti avvolgeva…
Tu eri là, come una margherita in un cesto di patate …e cercavi una formula che annullasse quell’imbarazzo che si vive quando ci si trova in un ambiente nuovo, tra gente sconosciuta che ti analizza e ti seziona. Le altre signore poi… t’avrebbero data alle fiamme con vero piacere… Intuivo i loro commenti e indovinavo i pensieri dei maschi…
Era evidente, il tuo disagio, ma la tua bellezza annullava ogni impaccio.
…Mi ero accorto che, durante quel pranzo, curando che nessuno potesse vederti, avevi concesso un accenno di libertà ai tuoi talloni, esausti d’essersene stati a lungo in bilico su tacchi troppo alti e allora, ti eri sfilata lievemente le scarpe, sfiancata dal continuare ad immolarti al sacrificio del mal di piedi che dovevi avere e, questa tua naturale spontaneità, mi parve tenera e disarmante.
I tuoi capelli, belli e disubbidienti, racchiudevano come due carezze il tuo viso assieme ad un sorriso e gli occhi si accendevano, cinti dal trucco cielo; il vestito leggero esaltava morbidi profili ma, accompagnava ogni tuo gesto qualcosa d’indefinibile, di magico e sublime, che solo una regina poteva vantare uguale grazia alla tua, seppure, anche lei, avesse avuto un mal di piedi.
Gesù, quante volte ti guardai, che per ciascuna avrei dovuto chiederti perdono, ma io mi innamorai di te perché di te io vidi l’invisibile e quale pazzia sarebbe stata chiedermi di non amarti… sarebbe stato dire al vento di non soffiare o ad un uccello di non volare…
(continua...)
giovedì 14 maggio 2009
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