capitolo 7
Il tempo ci lasciò alle sue spalle. Tempo inquieto, denso d'ansia. Mi sentii solo.
Fu senza piètà, quel tempo che mi spogliò d’ogni forza d'animo e cessò di tenermi stretto alle abitudini ed io, non avvertii più alcuna certezza.
Manifestavo la mia assente presenza, tanto palese da accorgersi chiunque che io fossi in tutt’altro luogo fuorché dov’ero, e fu indolenza, fu indifferenza, e fu pigrizia…
Ben presto, tutto ciò ebbe un effetto devastante anche sul lavoro e finì che lo lasciai: non mi piaceva più.
Marta e i ragazzi non furono indulgenti.
Possedevo dei risparmi che forse ci avrebbero garantito tre o quattro mesi d’autonomia però, tutto faceva presupporre un disastro imminente. Non sarebbe stato facile, alla mia età, trovare un’occupazione soddisfacente e me n’accorsi subito dopo le prime settimane di ricerca. Marta, che non aveva mai lavorato in vita sua, trovò da far da commessa nella boutique di una sua amica. Non mi diceva più nulla, ma il suo sguardo mi disapprovava ogni giorno di più.
Avvertivo con disagio il suo biasimo e, silenzi e indifferenza, diventarono invalicabili barriere. Il nostro tempo era già scaduto e non c’era più futuro per noi, solo l’attesa…
Accettai di svolgere il lavoro esterno di uno studio legale. Umiliante, quello di fotocopiare documenti, portar carte in tribunale o far la fila per un protocollo… Mi pagavano in nero e da fame, ma dopo due mesi non avevo trovato di meglio. Il terzo mese dovetti vendere la mia automobile.
Non fu facile quel tempo, quando più volte immaginai la scena di me che mi ammazzavo… quando la stanchezza di vivere mi sfibrava e più di nulla m’importava…
Necessitavo di raccoglimento, ma in verità, non sapevo più cosa raccogliere di me e allora, me ne andavo spesso lungo interminabili passeggiate a macinare pensieri.
Nessuno più mi cercava. Avevo perduto gli amici e pensai che presto sarei anche diventato invisibile…
Accadde spesso che lo sconforto mi costringeva a un pianto muto, di nascosto, e mi sentii fortemente responsabile di non sapere più garantire sicurezza alla mia famiglia, obbligandola ad una condizione instabile e precaria.
Quell’anno, Marta dovette vendere i suoi pochi gioielli per saldare bollette arretrate e i ragazzi si arrangiarono a scuola senza i libri di testo. Io fui costretto a liberarmi della mia Nikon con tutta una serie di obiettivi, per l’affitto di un solo mese di casa... credo che tutto questo si chiami povertà.
La povertà acceca, inaridisce, fa diventare cattivi e un giorno, Marta mi scagliò ogni suo sdegno per essere causa di quegli stenti, dandomene colpa per essere un fallito: come marito, come padre, e come uomo… soprattutto come uomo..!
Io non le risposi, ero privo di parole e d’argomenti. Scivolò dentro al mio cuore come lava infuocata, quel “fallito” detto così tanto marcato dal disprezzo, e bruciò ogni cosa che ancora era rimasto di lei…
Io volli convincermi di sopportare tutto ciò. Forse si accese in me un motivo di rivalsa, il volere a tutti i costi dimostrare a me stesso e all’universo che dopo tutto ero ancora vivo, e la vita lascia sempre una opportunità ed una scelta.
Durante la notte scrivevo, bevevo vino e fumavo sigarette. Tu eri dimenticanza…
Conobbi Rita, e fu un bene che mi rese lieve.
Accadde una domenica, per caso, dentro ad una libreria del Duomo: scegliemmo l’unica copia dello stesso libro ed io, per galanteria, lasciai che fosse suo.
Chissà di che passione fummo presi, perché pareva che ci conoscessimo da una vita e allora, dieci minuti dopo, passeggiando sottobraccio a lei lungo la Galleria, ci scambiammo consigli sui libri assolutamente da comprare e i nuovi autori da leggere e ancora, sorseggiando cioccolata calda seduti al tavolino di un bar, ci lamentammo del governo e del freddo che faceva, e ci raccontammo delle nostre vite, e ridemmo di cose buffe fumando sigarette ed io, affascinato dai suoi cerchi di fumo, mentre si parlava e si parlava… io la baciai.
Tre ore dopo, respiravo la sua pelle che odorava d’ambra, tra le lenzuola del suo letto e poi, la prima cosa che Rita mi disse fu:
«…Io non ti amo, sia ben chiaro, mi piaci, ma non ti amo. Saremo solo amici se ti sta bene e, se dovessimo ritrovarci ancora dentro a un letto, sarà solo perché sarà capitato… ma non farti troppe illusioni perché potrebbe non succedere più…»
Lo disse come si dettano patti e condizioni di una compravendita: fredda e spietata.
In verità, mi tolse un peso perchè era lo stesso mio pensiero, ma io non avrei saputo dirglielo in modo migliore anzi, non gli e lo avrei detto proprio per niente, per timore di ferirla. Si, mi ripetei, nessuna storia: ne amori ne legami.
«…Certo, solo amici…» Le avevo risposto, e non dissi altro per paura che potesse non essere così.
Rita mi salvò dalla nebbia in cui annaspavo e capitò ancora molte volte di trovarmi nel suo letto.
Lei aveva dieci anni meno dei miei: piccola e gracile, il ricordo di un amore finito male, i capelli neri e corti come la Valentina di Crepax, una laurea in filosofia, la passione per la fotografia, di cui se ne occupava anche per professione, e la magia di rendere semplici anche le cose complicate.
Io, che non avevo mai avuto una donna per amico, fui contento di potere condividere i miei pensieri con qualcuno e in fondo, non ci trovavo nulla di male se mi scopavo un amico.
Un giorno le raccontai di te e, Rita che mi aveva ascoltato tanto a lungo e così attenta, alla fine dichiarò:
«…Non si può scegliere chi amare, né chi ti amerà. E’ il caso che governa certi misteri, ma chi ama è debole e sta sempre dalla parte sbagliata…»
Ecco, in quelle poche parole c’era la coscienza di una fine, l’essenza di una rassegnazione, e un motivo per dimenticare e guardare avanti. Io pensai che Rita era fantastica.
Ogni giorno, finito il mio lavoro già alle quattro del pomeriggio, aspettavo il tram che mi portava fino alla stazione centrale, a due passi dalla redazione di un’importante rivista femminile della quale Rita era responsabile per quanto riguardava le scelte fotografiche. M’infilavo dentro la cremeria proprio dietro l’angolo e, tra un caffè e una sigaretta, aspettavo che si facessero le 17.30 per vederla venirmi incontro.
Diventammo inseparabili: si facevano passeggiate, si discuteva di cose serie e anche di cazzate, si andava al cinema oppure per una pizza e se ci prendeva… si faceva pure all’amore.
Quando un giorno le feci leggere un mio racconto, Rita ne rimase affascinata.
Mi disse che scrivevo magnificamente e si domandò come mai non avessi mai considerato di proporre le mie cose a un editore. Io pensai che esagerasse… si, ero consapevole di avere dimestichezza con la scrittura, ma intimamente non mi sentivo abbastanza scrittore da definirmi tale, scrivevo per me stesso e basta…
«Ti sbagli. Tu scrivi veramente bene e mi sta venendo una mezza idea…»
«Pensi sul serio quello che dici..? Quale idea?»
«Certo che lo penso… ma non voglio dirti nulla per adesso. Dimmi, quanti racconti hai completato?»
«Due… un altro da finire, poesie e scritti, pensieri sparsi…»
«Voglio leggerli. Portami le tue cose, voglio capire fino in fondo, ma sono certa di non sbagliarmi su di te…»
«Va bene, ti porterò le mie cose da leggere…»
Quella sera telefonai a casa e dissi a Marta di trovarmi piuttosto distante fuori città, che mi era necessario il giorno dopo per completare alcune commissioni per conto dello studio legale per cui lavoravo e quindi ero costretto a pernottare in albergo. Non era importante che Marta ci avesse creduto oppure no, importante era che invece quella fu la prima volta che rimasi a dormire a casa di Rita e, quella notte fu dolce addormentarmi e straordinario risvegliarmi il mattino dopo.
Accadde altre volte che rimanessi a dormire da lei.
Una sera di qualche settimana dopo, a casa di Rita, mi aspettava una notizia straordinaria…
«…Sei pronto..? Tieniti forte..!» I suoi occhi brillavano ed un sorriso splendido le accendeva il viso. Non l’avevo mai vista così felice.
«Durante questi giorni ho letto le cose che scrivi. Mi hanno preso… sei bravo, sul serio… Le ho proposte alla nostra direzione… loro sono d’accordo a pubblicare i tuoi racconti, un capitolo a settimana…» Aspettò la mia reazione. «Beh, cosa mi dici..?»
Ero confuso e dovetti ripetere mentalmente il concetto.
«E’ un inizio…» Continuò. «…Ti pagheranno, non aspettarti chissà cosa… ma sono certa che avrai successo… Credici..!»
«…Non so cosa dire… non mi pare vero…» Rita mi regalò un sorriso.
«Invece lo è, ci puoi giurare…» Prese il mio viso tra le sue mani e mi sbaciucchiò tutta contenta, come si fa con i bimbi piccoli, quando te li vorresti mangiare… «E’ tutto vero, è tutto vero amore mio…» Ecco, quella parola sfuggita al suo controllo la irrigidì. Fece scivolare le sue mani dal mio viso e divenne seria… mi fissò ancora per un momento, prima di fermare un silenzio improvviso …
«Bene… Adesso dobbiamo festeggiare...» Si riprese, ma sul suo viso si era spenta quella luce di prima…
«Ho preparato una cena speciale per noi due… forza, mettiamoci a tavola.»
Mi aveva detto "amore mio"... Non mi aveva mai chiamato “amore mio”. Quella volta i sentimenti tradirono Rita, quando mai lo avrebbe voluto. Io, come non avessi compreso il significato di quell’ “amore mio” e lei, dimentica di averlo mai pronunciato.
Fummo abili a scansare sguardi sfuggevoli ed abili a celare di conversazioni gli intimi pensieri.
Cenammo e poi brindammo al futuro.
«…A te Fabio Trevi… scrittore di parole che arrivano al cuore..!» Disse Rita alzandosi in piedi… e bevve aranciata dal suo bicchiere.
Mi alzai anch’io …col mio bicchiere in mano e gli occhi dentro i suoi…
«…A te Rita, benedetta perchè sei una carezza alla mia vita…» Ingoiai il mio vino rosso, posai il bicchiere sul tavolo e mi avvicinai a lei fino a respirare il suo respiro, poi attesi le sue labbra per una certezza che non avrei voluto…
…Era diverso da tutti gli altri mille, quell’ultimo bacio, perché era racchiuso in esso tutto ciò che Rita nascondeva dentro al cuore.
Me ne tornai a casa dentro un taxi, assieme a confusi pensieri…
(continua...)


che cagata
RispondiEliminaCiao anonimo, tu devi essere sicuramente il capo del gruppo che ha commentato i post precedenti perchè sei il massimo. Ti esprimi e sei come scrivi e ciò che scrivi...
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