giovedì 2 settembre 2010

ondadimare - capitolo 08

capitolo 8


Sono le tre di notte, piove ancora e non accenna a smettere.

Prima, il boato di un tuono è stato talmente assordante da avermi fatto sobbalzare.

Mi fanno male le gambe e sento un milione di formiche risalire lungo i percorsi delle vene. E’ la circolazione, dice il dottore… dice che devo smettere di fumare, dice che il mio cuore è affaticato e dice che devo stare attento… vabbè!

Sai, Giulia, ho ritrovato la piccola conchiglia che tu mi regalasti. Quella conchiglietta rosa, il fossile, te la ricordi..? M’avrebbe portato fortuna se l’avessi tenuta sempre con me... ma non l’ho tenuta con me. Era qui, dimenticata tra queste tue cose e le tue poesie…


Ti ho immaginata mentre dormivi, amore,

cullata dalla musica trasmessa dalla radio.

Piano, per non svegliarti, a te vicino, io ti annusai,

ma la tua bocca, bella di labbra rosa, leggero, mi rubò l’ultimo bacio.


Tu, presa dal sonno, avevi abbandonato il corpo

a cui non importava d’esser guardato così disordinato,

le braccia raccolte in un abbraccio al tuo cuscino

e le tue gambe nude, dischiuse come una offerta muta…


Chissà dov’eri, allontanata coi tuoi sogni,

quando poi ti rannicchiasti come un bimbo sopra a un fianco,

chè ti girasti, e un gemito raccolsi, ma si scoprì la tua schiena

e in una carezza contai le vertebre col dito.


Il lenzuolo, scivolato, si era imbrogliato coi tuoi piedi

e tu, Gesù… così scoperta eri un impulso,

perché tra misteriose ombre mi guardava rotondo il tuo sedere,

a malapena nascosto dal pizzo di mutandine bianche …


Come potei tirare su il lenzuolo a ripararti, ma lo feci…!

Forse, non volli che prendessi freddo, oppure non ti volli amare a tradimento...

Così, sdraiato accanto a te sul fianco, annegai tra i tuoi capelli sparsi,

e cercando il sogno tra i sogni che facevi, mi addormentai per incontrarti dove tu correvi…


Mi tornano in mente un sacco di cose… come una frana, inesorabile, che scivola giù dalla schiena di una montagna fino a valle e ingoia ogni tempo.

Adesso so che avrei voluto viverti e mi domando se ho dato tutto ciò che ti dovevo per averti…

Che notte, questa notte..!


…Quanto t’avrei amato, bella ondadimare,

che nei pensieri ti avvicini quando mi sento solo,

invisibile e piano, a lenire un dolore…


T’avrei portato al mare, che ti arricciola i capelli,

dove t’avrebbe riconosciuta il sole e ogni conchiglia,

là dove, tu che ne sei figlia, dall’acqua sei nata.


…E t’avrei portato in America e ancora più lontano,

dove ogni sogno se tu lo vuoi si avvera,

e poi ancora, e ancora… con gli occhi chiusi, tenendoti per mano.


Fuori da questa Milano io t’avrei portato,

perché ti fa dimenticare di pensare e di lavoro ti stordisce,

e via alla folla ti avrei strappato, al sicuro da ogni paura o pianto.


Io ti avrei sdraiata, come ti immaginavi nei sogni adolescenti

quando mai, avevi dubbi su quanto amore ti spettava,

mentre il tempo preparava il tuo corpo alle carezze …


Ed io, che ti volevo prendere, così come si coglie un fiore,

e che volevo essere terra dove tu potessi camminare,

io, sono stato solo un vento che ti ha scompigliato i capelli…


Ti rivedrò in un gatto, tra mille anni, durante un’altra vita,

e comunque io sarò, mi riconoscerai perché ti riconoscerò…,

ma adesso no, e che peccato, essere solo un segreto tuo nascosto, e basta…


Non hai mai saputo di questi versi, Giulia, perché mai te li donai: furono le ultime mie parole del tuo ricordo per sempre.


…Rita generò volontà ed energia e così, avvenne che sulla rivista femminile “Women” fu pubblicato il primo capitolo di un mio racconto. Seguì il secondo capitolo, il terzo, poi il quarto… uno a settimana. L’uscita del quinto capitolo determinò il successo di quella scelta editoriale, infatti, la redazione fu inondata da centinaia di lettere di lettrici che condividevano il piacere della lettura del mio romanzo e si complimentavano con l’autore.

Mi firmai con uno pseudonimo, non casuale: usai l’ idea alla quale Marta mi aveva coinciso da una vita: aggiunsi un articolo, eliminai l’apostrofo e diventai “legoista”…

Forte dei risultati ottenuti, la redazione decise di stampare in edizione economica l’intero romanzo e di farne dono, allegandolo alla rivista stessa, quando fu pubblicato l’ultimo capitolo.

L’uscita di quella settimana ebbe un esito insperato, poiché quel numero andò letteralmente a ruba e occorse ristampare parecchie migliaia di copie per soddisfare le tantissime richieste: io ricevetti il premio di un’importante somma di denaro e un vantaggioso contratto perché assicurassi all’editore, l’esclusiva dei miei racconti per i prossimi due anni. Naturalmente, abbandonai lo studio legale e mi dedicai al solo scrivere. Di tutto ciò, io non dissi nulla a Marta.

Adesso però, dovevo fare i conti con Rita.


Ripensai alle parole che Rita aveva detto una volta..: "...Non si può scegliere chi amare, nè chi ti amerà, e chi ama è debole e sta sempre dalla parte sbagliata.."

Adesso era lei che stava dalla parte sbagliata.

Gli sguardi di Rita mi inchiodavano e, ogni giorno, frugavano nella mia anima in cerca della risposta che voleva.

Conoscevo Rita da circa tre mesi: mi era stata vicina, quando mi sentivo solo, mi aveva dato forza, quando ero più debole, ed aveva creduto in me, quando neppure io ci avrei scommesso un soldo e poi… poi, aveva cominciato ad amarmi.

Rita che non voleva più legami, Rita che amava se stessa e il suo lavoro, lei così sicura e difesa dagli inganni della vita, adesso reclamava a quella stessa vita, le debolezze del cuore e i rischi delle incertezze ma io… io non riuscivo più ad amare nessuna e nulla.

Volli cercare in me, anche una sola briciola d’amore ancora da potere spendere almeno per lei, ma in me scavavo tra sabbia arida: le volevo un gran bene, ma l'amore è tutto un'altra cosa...

«…Perché non vuoi ascoltare il mio cuore..?» Mi disse un giorno, ed io non seppi cosa dirle. «…Tu lo sai che io ti amo, cosa ne ne faccio di questo amore se tu non vuoi prenderlo..?»

Sei mesi dopo, Rita abbandonò la mia vita. Lasciò Milano ed il suo lavoro per sempre e si trasferì a Londra. Non l’ho più vista da allora, si negò al telefono, rimandò al mittente le mie lettere… solo un suo breve messaggio su un foglietto, infilato di nascosto dentro la tasca della mia giacca, il giorno prima di partire, diceva “…Avrei voluto condividere un amore, peccato che non sono un tuo destino…

L’assenza di Rita mi rese prigioniero di una profonda solitudine e mi tormentava la colpa di un dolore e allora, non volli più cercarla, perché potesse dimenticarmi e non farle male.

Non ho mai compreso se fosse stata quella, la cosa giusta da fare, oppure giustificai una paura, una vigliaccheria o un egoismo, ma so che Rita mi mancò.


Trascorsero i mesi.

Succedeva che i miei racconti su “Women” erano diventati lettura attesissima e, ogni giorno, in redazione arrivavano pacchi di lettere indirizzate a “legoista”. Divenne per me obbligatorio rispondere a tutte quelle lettere e mi fu anche concesso un ufficio tutto per me.

Le donne..! Erano così affamate di sentimenti, così sole, incomprese, fragili, deluse… ma io, io riuscii a farle sognare, quelle donne!

Giustificai peccati, non mi scandalizzai di confessioni e conobbi segreti, non mi stupirono rivelazioni, compresi paure, perdonai capricci, non mi annoiai dei loro sogni ed imparai i loro desideri e i loro codici controversi, i bisogni ed i pensieri…: tutto un mondo, riversato su lettere a volte timide, altre urlate, altre disperate…

Io riuscivo a comprendere quelle donne, perché le amavo tutte.

Si pensò di creare uno spazio sulla rivista, dedicato a quelle domande e le mie risposte, come una sorta di “lettere al direttore”, e fu ancora successo.

Poi, un’autorevole casa editrice mi propose di scrivere un nuovo romanzo, ed io accettai.


Se tutto questo era così straordinario, io non ne assaporai la piacevolezza e accolsi quella popolarità quasi staccatamente, avrei dovuto esserne appagato e invece, un oscuro male avvelenava ogni accenno di compiacimento perché non sapevo con chi condividerlo.

Come possono, non render felici denaro e successo..?

Non potei più nascondere a Marta ciò che ero adesso e quando le raccontai, ne rimase incredula. Ciò mi ripagò di una rivalsa, ma nulla cambiò tra di noi, perché nessuno dei due voleva più cambiare qualcosa. Sono certo che un amante rendeva sopportabile la vita di Marta, ma non m’importava più nulla di lei, e mai volli indagare. Luisa e Paolo erano il debole collante che ci teneva ancora uniti in quella casa.

Ebbi molte donne e fui amato, ma non seppi mai dare nulla ad esse in cambio, se non regali. Col denaro, sistemavo problemi e persone ma, per inseguire me stesso, ho lasciato cadaveri ovunque.


(continua...)

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