capitolo 11
Il giorno è diventato sera troppo in fretta.
Ho scritto solo mezza pagina del nuovo libro. Non ho la testa, e mi distraggono lontane nostalgie.
Me ne sono stato chiuso dentro il mio studio per tutto il pomeriggio. Il posacenere trabocca di cicche e la mia mente di pensieri.
Sai Giulia, ho cercato un concetto che mi conduca a te, vagando con lo sguardo tra le cose di questa stanza.
Scopro oggetti che trascuro di guardare da anni, diventati invisibili col tempo.
Rivedo i miei disegni giovanili, incorniciati alle pareti, la foto di Paolo e Luisa adolescenti, dentro ad un quadretto d’argento sopra uno scaffale della libreria, il piccolo elefante d’ebano nero con le zanne d’avorio, che Marta mi regalò per chissà quale mio compleanno, la palla di vetro con la casetta dal tetto rosso, che se la scuoti ci nevica dentro, dono di Luisa piccolina, il giorno di un Natale lontano, l’orologio d’ottone, fermo da un secolo alle tre, il cavallino di cristallo che volli comprare in un mercatino della domenica, perché mi piaceva, la targa d’argento, ricordo di un riconoscimento letterario, il modellino di una “Isotta Fraschini” e cento cose ancora, ciascuna legata a una memoria… Non mi ero mai accorto di quanto cieco sono diventato, seppure tutto sia sempre stato qui, immobile da anni… Però, non c’è nulla che parli di te e allora, mi domando se questo tuo ritorno in mente abbia un senso, abbia un motivo, oppure è un caso?! Perché, questo tuo ricordo mi perseguita, prepotente, comunque io tenti di sfuggirgli.
«Ti ho lasciato la cena in caldo…» è Marisa… ma io l’ascolto a stento. «…Ti ho fatto la frittata con la cipolla… Signor Fabio, ma mi senti? E’ tutto il giorno che sei strano...»
«Cosa..?»
«Insomma, ti senti bene? La cena è di là in cucina. Non fare come ieri sera, mangia!»
«Vai già via..?»
«Sono le sette. E’ sera, certo che vado via.»
«Scusa, è che sono un pò distratto…»
«E’ tutto il giorno che sei distratto… anzi, chissà dove sei..!»
Tiro su un respiro e ritorno sulla Terra.
«Hai ragione, eccomi. Pensavo…»
«Sei sicuro di star bene? Posso andare via tranquilla?»
«Credo di si…»
«Come, credo di sì..?!»
«Sto bene, è tutto a posto, vai tranquilla.» …Non l’ho convinta per niente.
«…Va bene e allora vado via…»
«Si, va pure… anzi No… Aspetta! Voglio chiederti una cosa…» Marisa posa la sua borsa su una sedia e si avvicina. «Volevo chiederti… Perché succedono le cose?»
«Ma che razza di domanda è..? Succedono perché devono succedere…»
«Sì, ma… voglio dire, c’è un motivo perché accadano, chessò, devono insegnare qualcosa, comunicare… sono messaggi da interpretare..?»
«…Non ti capisco signor Fabio…»
«Ti voglio raccontare..: molti anni fa, ho amato una donna… poi ci siamo persi, non l’ho più vista. Ho voluto dimenticarla, ecco. Ieri, però, ho ritrovato tutto ciò che di lei avevo sepolto. Era racchiuso dentro una cartella dimenticata dietro i libri in alto sulla libreria …dove non vado mai…»
«E’ quella donna della foto, giusto?»
«Si, è lei. Si chiamava Giulia. Io mi ero scordato di quella cartella e non sapevo neanche, dove potesse essere, e Giulia era un dolore sanato e abbandonato… Ieri, invece, sono salito su una sedia verso quei libri, come guidato da chissà cosa, c’infilo la mano dietro, e pesco quella cartella… sicuro, come se sapessi cosa cercare, capisci? Io non avevo alcuna intenzione di salire su una sedia verso quello scaffale in alto, eppure ho sentito un irrefrenabile bisogno di farlo…»
«E poi..?»
«E poi, un gran mucchio di ricordi è riaffiorato all’improvviso.»
«L’amavi molto?»
«La amavo molto, e adesso so quanto mi è mancato quell’amore… Questo suo pensiero non si allontana, e ripercorro quel tempo, in modo così intenso, da sembrare reale… E’ come se volesse condurmi alla fine di qualcosa… ed io, non comprendo il perché di tutto questo…»
«Io credo… che lo scoprirai presto. A volte succedono cose misteriose che pare non abbiano senso. Ma non succede quasi mai nulla per caso…»
Marisa se n’è andata ed io ascolto ancora l’eco delle sue ultime parole…”non succede quasi mai nulla per caso…”. Dove vuoi portarmi Giulia..?
Fu bello averti avuto, ondadimare, e fu bello il tempo in cui ti amai… ma troppo poco.
…L’appartamento di Corso Sempione era il nascondiglio dove facevo pace col mondo.
Riuscivo a starmene ore e ore, a battere sulla macchina da scrivere senza mai stancarmi fino a sera tarda. Avevo cominciato a scrivere il mio terzo libro.
Il denaro anestetizzò i rancori miei e di Marta, ma senza ucciderli: lei volle rinnovare l’arredamento e il guardaroba, Paolo fu contento della sua prima utilitaria ed io della mia Mercedes. Luisa, invece, seguiva le orme di sua madre in giro per boutique.
Considerai quanto il denaro fosse potente, da sospendere ogni ostilità, ma mai abbastanza da comprare una felicità, però ripagava bene l’opportunismo…
Sarebbe stato Natale fra tre settimane.
Marta volle andarsene giù in Sicilia da sua sorella, che non vedeva da due anni, e convinse Paolo e Luisa ad accompagnarla. Io rimasi in città: volevo finire presto il mio libro.
Fu qualche sera dopo la loro partenza, che mi tradì una profonda solitudine e sentii un improvviso, estremo, bisogno di te, Giulia.
Credevo d’averti dimenticato e invece, eri solo dormiente in me. Volli immaginarti, ed era bello farlo e allora, mi tormentò il sapere dove tu fossi e come vivevi… ed io, tra miliardi di persone, perché solo di te volevo saperlo..?
Mentre il giorno finiva e un telegiornale gracchiava le notizie, mi versai del whisky e ne bevvi un sorso, accesi una sigaretta, avvicinai il telefono e composi il tuo numero di casa.
Forse avrei voluto rimettere giù la cornetta senza aspettare la tua voce e invece, l’aspettai.
L’orologio segnava le sette e il mio cuore correva come un treno.
«Pronto..?» …La tua voce… era quella che cercavo.
«…Mi manchi…» Risposi piano.
Credo che il tempo si fermò per tre o quattro secondi lunghi un secolo…
«…Anche tu… Ti aspettavo da una vita…» Eri un sussurro, un soffio palpitante… ed io precipitai dall’alto della mia vita simulata. Non ricordavo più quel tuffo al cuore così dolce e compresi che era vero che un destino ci legava…
«Come stai..?»
«Sto bene… si, sto bene...»
«…Ho bisogno di te, Giulia… E’ passato molto tempo… Forse non avrei dovuto cercarti, ma era un delitto portarmi appresso un dubbio e il tuo rimpianto…»
«Voglio vederti… Adesso. Lui è ancora via. Lo avvertirò che cenerò in pizzeria con un’amica »
«Va bene.»
«Tra mezz’ora. Porta Romana…»
«Tra mezz’ora… Aspetta, voglio dirti che… non ho mai smesso d’amarti ….»
«…Non ho mai smesso d’amarti anch’io…»
Adesso so che quello fu il mio tempo migliore.
Erano trascorsi quasi quattro anni e rivederti, dopo così tanto tempo, fu emozionante.
Ci abbracciammo, e in quell’abbraccio erano le nostre solitudini, un tuo sorriso breve, un pianto muto, e i nostri cuori che battevano forte.
Ci rifugiammo in un ristorantino tra vicoletti antichi, te lo ricordi, vero..?
…E ti ricordi, quando accarezzai quella leggera ruga sulla tua fronte, disegnata dalla stanchezza della vita? …E quando raccolsi la tua mano e la sfiorai con le mie labbra per un tuo sguardo annegato..? E poi… che fu squisito il cibo e dolce il vino ed io, tra mille parole e ancora vino, io… ebbi fame delle tue labbra e allora, come tutte le cose che devono succedere e non le puoi fermare… io ti baciai e poi, ti baciai ancora…
Quella sera, fu la prima volta che in vita mia capii cos’è l’amore, come poteva un corpo avere così tanto bisogno di un altro corpo per una certezza di completezza, e come l’estremo bisogno di liquefarsi in uno, fosse tanto divino e primitivo, primario e necessario..
Era magia che nutriva le nostre cellule e …benedetta tu, che ti donasti a me e chiudesti gli occhi ed io, che amai il tuo corpo e bevvi la tua essenza, mi chiesi se mai avrei potuto, un giorno di più, viverne senza.
Se c’era Dio, di mezzo a tutto questo, io non lo so, ma qualcosa di ultraterreno ci proteggeva: questo pensai, accarezzando con un dito le tue ciglia e quella casa di Corso Sempione, che non era più a Milano ma altrove, in un posto lontano lontano…
Fuori, i rumori della sera erano così distanti… e tutto, pareva in equilibrio fra la Terra e il cielo. Accanto a me sdraiata, tu ascoltavi il mio cuore, il capo sul mio petto ed io, la mano perduta tra i tuoi capelli, guardavo il soffitto come si guarda l’universo. Così, tra misteriose ombre e disegni cangianti di luci di strada, quel soffitto, io, così non lo avevo mai visto e allora, compresi quanto ogni cosa, a te vicino, diventava bellissima.
Ti baciai ancora.
«…Sto bene. Vorrei rimanere così per sempre… Sei stato nei miei pensieri, ogni giorno, per tutti questi anni…»
«Avevo creduto di averti perduta… Poi invece, quella tua lettera…»
«Non riuscivo più a darmi pace, mi è mancato tutto di te, improvvisamente…»
«…Ed io, non volevo accettare che la vita ci tenesse lontani…»
«Ti amo Fabio. Ti amo come mai ho amato…»
«Sei una meraviglia, ondadimare…»
«…ondadimare…» Ripetesti. «Mi hai fatto sentire speciale, unica…»
«Lo sei…» La mia mano scivolò sulla tua spalla e poi lungo la schiena in una carezza lieve e tu, mi donasti un brivido ed un bacio…
«Ho paura… Cosa ne sarà di noi..?»
«Divideremo la vita, ecco cosa ne sarà di noi..!»
«Non sarà tutto così semplice, tu lo capisci…?».
«So anche questo, ma… solo se noi lo vogliamo, avverrà che tutto ciò che desideriamo si realizzi…»
«E gli altri...? Mio marito… e tua moglie, i tuoi figli… Non pensi a loro..?».
«Già, ancora una volta la vita ci regala una scelta…».
«Non pensi al loro dolore..?»
«Se mai ne esista, sarà minore di quello che faremmo a noi stessi per avere scelto un rimpianto…».
«Io voglio vivere quest’amore… Non voglio un rimpianto al posto tuo…».
«Questo mi pare un buon inizio…» Sorridesti. «Voglio baciarti ancora…» Io dissi, e tu mi baciasti una, due, tre volte… e forse anche di più…
Era notte fonda, quando seguii la tua auto fino a che giungesti sotto casa.
La felicità è fatta di niente. A volte racchiusa in piccole cose, o nascosta dentro un solo attimo di tempo… Io quella sera pensai alle nostre impronte lasciate sulle lenzuola, disordinate sopra il letto e, quel pensiero, mi tenne felice fino all’indomani.
(continua...)


0 commenti:
Posta un commento