capitolo 13
…Quella notte, fu la prima volta che dormimmo insieme.
Mi risvegliò un tuo movimento… anzi, mi risvegliò il tuo calcio sul ginocchio: proprio alle otto del mattino, preciso come una sveglia.
Me ne restai così, a guardarti ancora addormentata.
Ascoltai il respiro lento sul tuo petto e accarezzai piano i tuoi capelli sparsi sul cuscino. Studiai la curva delle sopracciglia, il tuo naso così grazioso, le tue labbra, così invitanti, dischiuse lievemente, e quella piccola cicatrice, di una ferita antica, proprio vicino all’orecchio destro… Seguii il disegno delicato di una vena che percorreva la tua gola… e desiderai essere sangue..!
Volli baciare la punta del tuo naso e, al quel tocco io ti svegliai.
Il tuo sguardo, da una fessura tra le ciglia, mi guardò assieme al tuo sorriso e poi, ti stiracchiasti, chè mi sembrasti un gatto, e allora io ti dissi “miaaooo…” e tu mi rispondesti “miaaooo…”
«Buongiorno, ondadimare…»
«…Ciao, amore mio…» Ti baciai. «Ho fame…»
Preparai la colazione di pane e Nutella, succo d’arancia e caffé bollente, e te la portai a letto.
Quel mattino, seduta tra lenzuola e cuscino, il viso senza trucco, i capelli impazziti, la mia camicia sbottonata, che ti copriva a malapena, indossata invece di un pigiama… le gambe nude incrociate, le labbra sporche di cioccolata e i gli occhi ancora assonnati… ebbene io, quel mattino, non ti avevo mai vista così bella…
Mancavano quattro giorni al Natale e quello, era il primo dei tuoi giorni di vacanza fino al prossimo anno.
Ce ne andammo in giro a passeggiare tra i negozi del centro ed io, ti volli coprire di regali: il girocollo d’oro con una goccia d’ambra, una rosa rossa, la borsetta di Gucci, che ti fulminò dalla vetrina, un intimo scarlatto e diabolico, che volesti scegliere tu, vincendo il rossore di un imbarazzo, perché in verità era un tuo regalo per me… il piccolo scrigno di legno e argento, col carillon che scandiva un valzer di Strauss, un foulard di seta nera e poi… quel piccolo orsetto bianco di peluche… Chissà se lo conservi ancora..!
Mi sentivo tornato ragazzino, energico, così pieno di vita da consumare…
Finimmo in una spaghetteria e poi dentro a un cinema d’essai, a rivedere “Bella di giorno”, di Buñuel, dove Catherine Deneuve non era certo più intrigante di te.
Era sera, che tornammo a casa per farci il risotto coi funghi e lo zafferano. Ti eri vantata d’essere bravissima a saperlo cucinare ed io, curioso di assaggiarlo preparato da te…
«…Tu và di là a guardare la TV. Penso io a preparare la cena…» Avevi detto.
Ti sentivo trafficare tra i fornelli mentre sistemavo le mie cose e ascoltavo le notizie.
Beh, non era proprio il risotto che mi aspettavo, quello che era venuto fuori, anche perché in casa non avevo i funghi …
«….E com’è che si chiama?»
«Cosa?»
«Il piatto, questa ricetta…»
«Potevi dirlo che non avevi funghi… e neppure lo zafferano..! Ci ho messo dentro quello che ho trovato in frigo.»
«Non avrai usato il formaggio grattuggiato, quello nella busta gialla..!? Era scaduto!»
«Ma sul serio..? Non lo sapevo… Ce l’ho messo!»
«…Però.! …Ha un retrogusto particolare, ecco, sa di…»
«Rancido?»
«…Un sapore deciso, direi.»
«Gorgonzola..? Sa di gorgonzola..?»
«Adoro il gorgonzola…»
«Allora non è proprio una schifezza, questo risotto...»
«No, anzi… Dovresti non scordarti di come lo hai cucinato…»
«Basta avere del formaggio scaduto…» Ne sorridemmo…
Quando sorridevi, ti si arricciava il naso e strizzavi gli occhi. Eri irresistibile!
Io volli baciarti, e ti baciai dalla cucina fino alla camera da letto.
Come non si poteva fare all’amore..? E si fece all’amore…
«…Cosa facevi quando io non c’ero..?» Ti chiesi.
«Strano, pensavo a questo l’altro giorno…»
«Dimmelo.»
«…Ho vissuto momenti svogliati. Mi vinceva l’insofferenza, la smania… Mi sentivo dentro ad un ergastolo, ma faceva più male l’idea della rassegnazione…»
«Continua.»
«…Lui, quando mi pretendeva… Sono sempre stata un oggetto, per lui… poi, mi chiudevo in bagno a farmi un pianto…»
«Cosa pensavi..?»
«…Che la mia vita fosse tutta li: un grigio matrimonio, un lavoro inappagante e una bella scorta di nostalgie… Rileggevo spesso le cose che mi scrivevi e mi soffocava il pensiero di averti perduto… Ho immaginato per mille volte la mia vita con te…»
Sdraiato tra un’imbroglio di lenzuola, io esplorai il soffitto in cerca del futuro ma fui pervaso da un’improvvisa inquietudine. Chissà perchè, immagginai Dio col pollice rivolto in basso..!
«A cosa stai pensando?» Mi chiedesti.
«Avremo una vita straordinaria, ecco quello che pensavo…» Mentii…
«Ti adoro… Ho sete.» Un breve bacio, prima di balzare giù dal letto così, nuda com’eri, per correre in cucina ma… fu uno spettacolo, guardarti ritornare piano, leggera, coperta solo d’ombre e, stretta nella tua mano… una mela. Gli occhi, come lame di coltello, erano sguardo che mai avevi donato ad altro uomo. Avvicinasti quel frutto alla tua bocca e lo mordesti come fosse la vita e dopo, me lo offristi…
Il secondo giorno…
Mi risvegliai da un sogno agitato. Era mattino presto, fatto di luce lieve che filtrava dalle persiane, e di silenzio. L’orologio segnava le sette.
Ancora una volta, rimasi ad osservare il tuo sonno. Mi confortò la tua presenza ma ugualmente mi domandai se tutto questo fosse per sempre… Ricacciai a forza ogni cattivo presagio, mi tirai fuori dalle coperte, piano per non svegliarti, e me ne andai in cucina a preparare il caffè.
Sorseggiavo il mio secondo caffè e fumavo la seconda sigaretta.
Avevo sparso i miei fogli di appunti sul tavolo in cucina e cercavo di ordinare in modo sensato quelle idee sul romanzo che stavo scrivendo, ma ero troppo distratto e così, dopo un pò, raccolsi tutto e mi dedicai alla preparazione di una buona colazione: rimisi la caffettiera sul fornello, imburrai fette biscottate e le spalmai di marmellata, e riempii una caraffa di succo d’arancia, poi tornai da te per svegliarti con un leggero bacio sulle labbra…
«…Ciaooo…» Eri una meraviglia.
«Buongiorno ondadimare…» Che bel sorriso..!
«Ma che ora è..?.»
«Le otto. Vieni, ti aspetta una buona colazione…»
Ci organizzammo in modo che tu tornassi a casa a sbrigare alcune tue faccende, ed io potessi rimanere a scrivere qualche pagina. Sarei venuto a prenderti durante le prime ore della sera, ma ti telefonai due o tre volte per chiederti perché continuavi ad attraversare i miei pensieri…
Presi un taxi per raggiungerti. Una rosa rossa, un bacio, e per cena… un ristorante argentino sui Navigli.
La sera profumava di patatine fritte e curry e noi, passeggiando piano lungo vicoli antichi, facevamo progetti e ci inventavamo il futuro…
«…Sai cosa mi piacerebbe..? Mi piacerebbe vivere in un casa sulla costa… col mare da guardare fino all’orizzonte…» Dissi con entusiasmo.
«Sarebbe bellissimo!»
«…Immagino una casa tutta bianca, una di quelle in stile mediterraneo, coi portici e la veranda all’ombra di un pergolato… dove puoi sentire l’odore del mare e riesci ad ascoltare il vento…»
«Dove sarà un posto così..?»
«Esisterà da qualche parte… Lo cercheremo.»
«Si, ma non troppo lontano dal mondo... Non sopporterei di starmene isolata per troppo tempo dalla civiltà.»
«Beh, neanch’io se è per questo. Ma sarebbe l’ideale per scrivere in tranquillità, lontano dal caos…»
«Un’amica mi raccontava di una sua vacanza sull’isola d’Elba. Diceva che è un posto molto bello che sa ancora di selvaggio. La costa è fatta di spiagge e di scogliere e il mare è fantastico… Forse è il posto giusto…»
«Perfetto. Andremo a cercare una casa sull’isola d’Elba, allora!»
«Ho freddo…»
Ti circondai le spalle col mio braccio e ti strinsi di più a me.
«…Questa mattina, ha telefonato Enrico…»
«…Cosa diceva?»
«Mi aveva cercato anche ieri sera, più volte… Diceva d’essersi preoccupato, ma adesso era pure incazzato. Gli ho detto che ero rimasta a dormire dalla mia amica Sara… Devo avvertire Sara…»
«Cosa pensi..?»
«In verità, mi sento un pò confusa. Non è facile tutto questo…»
«E’ normale che ti assalga un certo senso di colpa… Dopotutto, lui è tuo marito e tu… tu, sei sua moglie…» M’incartai…
«…Ed io lo sto tradendo! Volevi dire questo, no?» Evitai una risposta. «…Comunque è così, lo sto tradendo!»
«…Stai solo cercando di avere una vita felice.»
«Si, ma mi sto accorgendo che il prezzo è alto.»
«Lo so, ma ne vale la pena…»
«Già, non si può fare una frittata senza rompere le uova, vero?» Il tuo tono sapeva l’amaro di una sconfitta della vita.
«No, non si può fare…».
«Sai, penso che sto cercando di costruire una felicità sopra le macerie di un dolore…»
«Comprendo perfettamente quello che intendi…»
«Ma ne vale la pena, no?»
«Ne vale la pena.»
«Speriamo che il cielo ci perdoni…»
«Lo farà…»
«Stringimi forte.» Ti strinsi forte.
Camminammo ancora per un po’, in silenzio, ciascuno attento ai propri pensieri.
Io rimuginavo su quella frase che avevi detto… quella di costruire una felicità sopra un dolore…
Pensavo a Marta, al nostro fallimento e, sebbene io volessi una vita nuova da vivere, adesso consideravo se la possibilità di un dolore in tutto ciò potesse esistere da avvelenarla: ne convenni che c’era..! Era la sensazione di commettere un’azione biasimevole in modo cosciente e razionale e, seppure fosse astratta, la percezione di un conflitto in me era forte. Forse per vincere, il trucco era solo affrontare la vita semplicemente vivendola…
«…Mi fanno male i piedi…»
«…Cosa?»
«Mi fanno male i piedi. Li sento mezzo congelati…»
«Si, perdonami. Ti ho fatto camminare per un bel po’…»
«Andiamo a casa mia…» Proponesti.
«Casa tua? …»
«Si, voglio andare a casa mia. Insieme a te…»
«Va bene, casa tua…» L’idea mi piacque.
Prendemmo un Taxi e venti minuti dopo fummo su da te.
(continua...)


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